Oggi è San Valentino e, sebbene sia single, mi appresto cominque ad omaggiare la ricorrenza con uno Speciale. Questo consiste nella pubblicazione dei primi tre capitoli di "Io Sono il Numero Quattro".
P.S.So che il post è molto lungo tuttavia non sono riuscita ad inserire il testo con un collegamento ipertestuale.
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La porta comincia a tremare. E una struttura precaria in canne di bambù, tenuta insieme con pezzi di spago sfilacciati. La scossa è impercettibile e finisce quasi subito. Entrambi alzano la testa per ascoltare: un ragazzo di quattordici anni e un uomo di cinquanta, che tutti pensano sia il padre, ma che è nato vicino a un'altra giungla, su un altro pianeta, a centinaia di anni luce. Sono distesi a torso nudo, ciascuno su una branda protetta da una zanzariera, su lati opposti della capanna. Sentono un rumore lontano. E simile al suono di un ramo spezzato da un animale, ma sembra che in questo caso si sia spezzato un intero albero.
« Che cos'è stato? » chiede il ragazzo.
« Sstt! » replica l'uomo.
Sentono lo stridio di qualche insetto, nient'altro.
L'uomo si alza dalla branda, e intanto la porta ricomincia a tremare. Là scossa è più forte e prolungata; poi c'è un altro colpo, più vicino. L'uomo raggiunge lentamente la porta. Silenzio. Fa un respiro profondo mentre avvicina gradualmente la mano al catenaccio. Il ragazzo si mette a sedere.
« No », sussurra l'uomo.
E in quello stesso istante la lama di una spada, lunga e scintillante, fatta di un metallo bianco splendente che non si può trovare sulla Terra, penetra attraverso la por-
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ta e lo infilza nel petto. Sporge di quindici centimetri dalla schiena e viene subito ritratta. L'uomo emette un grugnito. Il ragazzo sussulta.
L'uomo fa un ultimo respiro e pronuncia una sola parola: « Corri! » Quindi cade a terra, senza vita.
Il ragazzo salta giù dalla branda e corre fuori, sfondando la parete posteriore. Non si preoccupa di usare la porta o una finestra, passa letteralmente attraverso la parete, che si squarcia come se fosse di carta, anche se è fatta di un robusto mogano. Il ragazzo corre all'impazzata nella notte africana, scavalcando gli ostacoli con agili balzi, sfrecciando a una velocità di circa cento chilometri orari. Ha vista e udito sovrumani. Scansa gli alberi, squarcia grovigli di rampicanti, supera i ruscelli con un salto. Alle sue spalle un suono di passi pesanti, che si avvicinano ogni secondo di più. Anche gli inseguitori hanno doti particolari e portano con sé qualcosa. È una cosa di cui il ragazzo aveva sentito solo qualche accenno, e che non avrebbe mai pensato di vedere sulla Terra.
Il fragore si avvicina.
Il ragazzo sente un ruggito profondo e intenso: ciò che lo segue, qualsiasi cosa sia, sta guadagnando terreno. Vede una radura nella giungla. Quando la raggiunge, si trova davanti a un'enorme gola, larga novanta me¬tri e profonda altrettanto. In fondo c'è un fiume, con giganteschi macigni sulle sponde. Se cadesse su quelle rocce, il ragazzo si sfracellerebbe. La sua unica speranza è superare con un balzo il precipizio. Non avrà molta rincorsa, è soltanto un tentativo. Una sola possibilità di salvarsi la vita. È un salto quasi impossibile, perfino per lui e per gli altri suoi simili sulla Terra. Tornare indietro, buttarsi nella gola o cercare di combattere equivarrebbero a morte sicura. Non ha alternative.
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Il rumore si fa assordante. Gli inseguitori sono ormai a una decina di metri. Il ragazzo fa cinque passi indietro e poi comincia a correre. Appena prima del precipizio, si stacca da terra e comincia a volare. Resta in aria per tre o quattro secondi, gridando, con le braccia tese in avanti, in attesa della salvezza o della fine. Atterra e ruzzola per qualche metro, fermandosi ai piedi di un enorme albero. Sorride. Non riesce a credere di avercela fatta, di essere sopravvissuto. Non vuole essere visto, però, e sa che deve distanziare gli inseguitori. Si rialza. Dovrà continuare a correre. Si volta verso la giungla.
In quel momento, una mano enorme lo prende per la gola. Il ragazzo si ritrova sospeso in aria. Si dibatte, scalcia, cerca di liberarsi, ma sa che ogni sforzo è vano; sa che è finita. Avrebbe dovuto aspettarsi che fossero su entrambi i lati e che, quando lo avessero trovato, non avrebbe avuto scampo.
Il Mogadorian lo solleva, in modo da potergli guardare il petto; per vedere l'amuleto appeso al collo: soltanto quelli della sua specie possono indossarlo. Lo strappa e lo nasconde da qualche parte, sotto il lungo mantello nero che indossa. Quando la sua mano riemerge, impugna la scintillante spada di metallo bianco.
Il ragazzo guarda il Mogadorian negli occhi neri, grandi e profondi, privi di ogni emozione. Poi dice: «Gli Eredi vivono. Si riuniranno e, quando saranno pronti, vi distruggeranno».
Il Mogadorian ride; è una risata malvagia e beffarda. Solleva la spada, l'unica arma nell'intero universo capace d'infrangere l'incantesimo che ha protetto il ragazzo finora e che ancora protegge gli altri. La lama si accende come una fiamma argentea, mentre punta verso il cielo,
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come se stesse prendendo vita, come se intuisse la sua missione, pregustando ciò che sta per accadere.
Mentre Tarma si abbassa e un arco di luce guizza nell'oscurità della giungla, il ragazzo crede ancora che una parte di lui sopravvivrà e riuscirà a ritornare a casa. Chiude gli occhi un istante prima che la spada lo colpisca. E poi tutto finisce.
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All'inizio eravamo in nove. Quando siamo partiti eravamo piccoli, quasi troppo piccoli per ricordare.
Quasi.
Mi è stato detto che la terra tremava, che i cieli si erano riempiti di luci e di esplosioni. Eravamo in quelle due settimane dell'anno in cui entrambe le lune sono sospese agli estremi opposti dell'orizzonte. Era un mo-mento di festa, e all'inizio le esplosioni furono scambiate per fuochi d'artificio. Fu un errore. Faceva caldo, una lieve brezza soffiava dall'acqua verso l'entroterra.
Me lo sento sempre ripetere: faceva caldo, c'era una lieve brezza. Non ho mai capito perché sia importante.
Il ricordo più vivido è l'immagine di mia norma: agitata, triste, con le lacrime agli occhi. Mio nonno era dietro di lei; ricordo la luce del cielo riflessa nei suoi occhiali. Ci furono abbracci, parole pronunciate da entrambi, ma non so più quali. Non c'è niente che mi tormenti di più.
Ci volle un anno per arrivare sulla Terra. Avevo cinque anni quando giungemmo. Dovevamo assimilarci alla cultura locale, per poi ritornare su Lorien quando il pianeta avesse potuto nuovamente accogliere la vita. Dovevamo disperderci, ciascuno di noi nove doveva andare per conto proprio. Nessuno sapeva per quanto tempo. Non lo sappiamo ancora. Nessuno degli altri